Un tripudio di colore nella pittura di Loretta Magnani


Loretta Magnani, artista reggiana ma modenese di adozione, inizia la sua carriera artistica come inchiostratrice per film di animazione lavorando a fianco di grandi nomi come Romano Scarpa, Bruno Bozzetto, Paolo Piffarerio, Pierluigi De Mas, Osvaldo Cavandoli. Dai disegni e scenografie per il cinema di animazione alla pittura su tela il passo è stato breve, infatti una volta che la Magnani ha rallentato il suo lavoro, inizia a dedicarsi esclusivamente alla pittura. Come tanti artisti contemporanei anche lei passa rapidamente dalla pittura figurativa all’astrattismo. Macchie, macchie di colore ma che come dice la stessa artista “queste macchie devono avere un senso.”
Inizia a dipingere con l’acquerello poi passerà invece agli acrilici tirati con la spatola. Segni netti e ben delineati dalla spatola si uniscono invece a macchie di puro colore non ben definite, macchie che talvolta ricordano quasi Jackson Pollock con i suoi spruzzi di colore sulla tela. Alla Magnani indubbiamente piace sperimentare, non si ferma al puro astrattismo ma c’è una ricerca dietro a questa danza di colori, anche perché come lei stessa racconta “è il mio cervello che comanda la mano.” Si nota, infatti, che questi giochi di tonalità hanno una storia dietro, hanno insomma una propria vita. L’artista probabilmente quando tira la spatola sulla tela ha qualcosa in mente o dei sentimenti che vuole far rivivere attraverso la sua arte. In queste macchie ci possiamo vedere un certo richiamo alla natura, come delle foglie, o ancora un’unione di due corpi intrecciati che ballano. Ecco il ballo, la danza, il teatro sono i soggetti a cui solitamente l’artista si rifà, trasformandoli poi nella sua dimensione completamente astratta. Ma l’artista pone anche una certa attenzione sulla ciclicità delle stagioni, la primavera, l’estate, l’autunno e l’inverno si susseguono in un vortice di colori. Ogni stagione è ben contraddistinta dai propri colori: dalle tonalità calde del rosso, del giallo e dell’arancio a quelle fredde, quasi glaciali, del verde e dell’azzurro. Tipiche dell’artista queste pennellate che propendono sempre verso l’alto, come un soffio di vento estivo o come uno slancio emotivo interiore.  

Tutto quindi ci riconduce ad una vera e propria poetica del colore, tutta la sua produzione artistica degli ultimi anni è contraddistinta da un uso sconsiderato del colore. E l’artista non predilige delle tinte in particolare, ma mischia, mescola, unisce quanti più colori può, però in ogni tela vi è sempre uno spazio libero, come un respiro, uno stacco rappresentato dal bordo bianco. L’artista dice “amo ciò che è bello.” Quindi oltre alla poetica del colore, c’è dietro anche un senso dell’estetica. Il senso dell’estetica ci riconduce alla visione Kantiana dove si parla di giudizio estetico nella teoria del bello soggettivo e naturale, e proprio estetica in greco significa “percepire attraverso la mediazione del senso” ed è appunto il senso che dobbiamo usare per poter capire fino in fondo queste opere.
Estetica e colore che si uniscono quindi per creare opere piene di luce e giochi cromatici. E qui il carattere dell’artista si riflette pienamente nelle sue opere contraddistinte da gioia e solarità, per concludere infatti l’artista afferma “Quello che voglio esprimere attraverso le mie tele è un bel momento, una luce, un momento di gioia.”

 
 
 

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